About zalesthebard

Student of design and graphics, 3D E 2D,

Eugenio

Reblogged from Chiaralice:

Dal diario di Zales

Sabato 7 aprile 2012

Forse non ho ancora scritto di un componente fondamentale per la descrizione dei fatti futuri. Eugenio è un simpatico nuovo arrivato. È il classico elemento che nel gruppo sta zitto, ed esprime le sue opinioni sugli argomenti comuni come il tempo atmosferico, il tempo che passa, o la crisi finanziaria agitando le braccia molto lentamente, scuotendo i piedi e chiedendo un altro bicchiere d’acqua.

Continua a leggere... 308 more words

L'ho scritto per lei...

Musica

Archi e fiati si alternano in una gara di volume e ritmo, ma non è una sinfonia battagliera, è la piazza di fronte al conservatorio verso il tramonto, con il vento che arriva prima da sinistra, poi da destra.

Le finestre si aprono e si chiudono a seconda delle ore del giorno, in una routine di allievi freddolosi o irruenti, indemoniati o pacati.
A volte si affacciano con il violino al collo, con l’archetto in mano.

Le aule con il pianoforte si riconoscono, sempre con le finestre chiuse. Da una finestra al sole, una testa brizzolata a volte china, poi di colpo sospesa all’indietro, la mano sinistra con le dita che scattano come su un pianoforte immaginario, i polpastrelli che sfiorano leggerissimamente il vetro.

Mentre il sole si abbassa e taglia la facciata con una diagonale di freddo, i suoni e le melodie si affievoliscono, è ora di tornare.

Conservatorio Giuseppe Verdi. Conservatorio Giuseppe Verdi

I moscerini

Volano in piccole nuvole, sfiorandosi e godendo di quella sola piccola carezza delle loro ali.

Queste nuvole di esserini minuscoli che si strofinano leggeri, si coccolano e si toccano mentre aspettano che qualcosa passi loro attraverso, disperdendole.

Piccoli sciami di nerini che si spostano in cerca di nutrimento, fiori, marcio, resti, sogni.

Un pesce

Una volta ho preso un pesce.

Andavamo a pescare in riva al torrente in fondo alla strada per la cava, il Chisola, o dietro le serre, l’Oitana, sperando che non passasse il guardiaparco che solo marco aveva la licenza.

Passavamo interi pomeriggi ad aspettare che succedesse qualcosa.
Qualsiasi cosa.
Il pasaggio di un jet con la scia. La volpe con i cuccioli. La pinna del luccio. La prima lucciola. Una ruspa viola. Il camioncino dei gelati con la musichetta. La cagna del cacciatore sfregiato. La gatta gravida di Andrea. Anche solo una nuvola a forma di drago dei desideri.

Un pomeriggio di aprile, gli zaini svuotati dalle merendine e la testa piena di peripezie nuove. Lasciavamo le canne appoggiate contro un ramo a Y piantato nella terra molle dell’argine, aspettando, ma nemmeno troppo, che qualcosa abboccasse all’esca di pastone di pane nero, mais crudo tritato, briciole di merendine vecchie, mosche prese dalla conigliera e insetti vecchi della collezione di Marco.

Quella volta ho preso un pesce.
Un piccolo pesciolino guizzante, giallo e grigio, lungo quattro dita del dodicenne cicciottello che ero. Quelle quattro dita della lunghezza del coltellino che puoi portare addosso senza che se ti beccano i carabinieri te lo requisiscono…
Quel pescetto boccheggiava verso di me.
Marco, con fare da vecchio pescatore e nemmeno un pelo di barba, lo ha preso, ha tolto l’amo dalla bocca di quel piccolo cosino guizzante e l’ha ributtato in acqua.

Non ho preso altri pesci, se non una sogliola che si è suicidata contro la mia lenza in un porto imprecisato di cui ricordo solo il venditore di palloni gialli e sandali di plastica trasparenti.

Quel pescetto giallo e argentato di quel pomeriggio di aprile non l’ho mai portato a casa, nemmeno me ne sono mai vantato, non ne abbiamo mai più parlato.

Non so nemmeno come mi sia tornato in mente.

Qualcuno mi ributti in acqua.

Grazie.

Cercavo…

… un amico e l’ho perso per strada.
… la vita e l’ho trovata in un vaso.
… poesia e l’ho trovata in un peso.
… volontà e l’ho trovata nella magia
… un fiore e l’ho visto per caso.
… la colpa e l’ho trovata nel raso.
… paragoni e non c’erano sogni.

… un filo e l’ho trovato appeso.
… bellezza e l’ho trovata in un naso.
… prontezza e l’ho vista nel lago.
… vanità ed è scomparsa nello specchio.
… vittoria ma era in ritardo.
… fortuna ma era con la vittoria.
… pietà e l’ho trovata in un tempio.

… compagnia ma ho trovato solo solitudine.
… solitudine e l’ho trovata con facilità.
… colori e li ho trovati nella vita.
… colore e l’ho trovato nella morte.
… morte e l’ho incontrata al mercato.
… lacrime ed ho trovato dolore.
… sorrisi e li ho trovati nei vecchi ricordi.

… riposo e l’ho trovato nella frenesia.
… soccorso e l’ho trovato inefficiente.
… riparo e l’ho trovato nel cartone.
… sollievo e l’ho trovato nel vizio.
… le chiavi e lo ho trovate in tasca.
… potenza ma era rinchiusa in una rete.
… sfortuna e non era con i gatti.

… libertà e l’ho trovata nel silenzio.
… l’amore e l’ho trovato lontano.

Eppure li cercavo per me solo, ora ricomincio daccapo, anzi, ricominciamo…

Colori d’animo

Lei: Devi descrivere una situazione in cui stiamo facendo qualcosa insieme, non importa cosa. Spiegala e descrivi gli elementi della scena con i colori che vuoi utilizzandoli per far capire gli stati d’animo.

 

Non riesco a pensare ad un momento preciso in cui far entrare tutti i colori che vedo quando siamo insieme. Non resta che raccontare delle volte in cui mi sono accorto che tutti i movimenti che produciamo sono colori, non i soliti colori scontati della scatola da dodici matite dalla gialla alla nera.

Ogni movimento, ogni è un colore specifico, chiaro, scuro, carico, slavato, bollente o gelido.
Ogni tuo movimento è un colore, ogni nostro movimento è un colore.

I baci non sulle labbra sono arancioni e caldi. I più rari sono vermiglio e cadmio. A volte me ne dai di color pesca, che non è rosa, ma arancione, che poi è la stessa cosa, ma non è la stessa cosa. Le carezze sono rosa, ma non il rosa commerciale delle bambole per bambine. Rosa antico, rosa guancia arrossita. Possono diventare malva malizioso o chiaro chiaro, come le carezze ricevute nel dormiveglia.

I tuoi piedi sono freddi e azzurri, quasi trasparenti, Li riscaldo con il mio corpo, il calore del mio corpo lo vedo terra bruciata, vibrante di amaranto e sfumature scure.

Quando appoggi la sigaretta alle labbra è color liquirizia, quando me la passi schiarisce, e torna liquirizia quando tocca le mie.

Quando giri il caffè con il cucchiaino è color caffè.

Quando annusi l’aria cercando di capire da che parte andare sei verde e curiosa, verde forte, verde prato e verde foresta.

Quando bevi gin sei color lime, ma solo le labbra fredde che sfiorano il ghiaccio, solo il punto in cui tocchi il liquido freddo.

Quando fai colazione sei giallo allegro e dorato, e sei dello stesso colore quando giochi con Lily.

Quando dormi sei rosso rosso, morbida e coccolosa, in cerca di calore e abbracci

Quando leggi sei grigio caldo, concentrato e preciso.

I baci sulle labbra sono bianchi e neri, bianchi quelli ad occhi socchiusi mentre ti sfioro la pelle e neri quelli ad occhi chiusi, quelli forti, quelli che fanno sussultare. I baci sono grazie e prego, e sogni e consolazioni e sono bianchi e neri senza le sfumature, come la differenza tra un bacio di giorno ed uno di notte.

Fare l’amore non ha un colore preciso, solo sfumature tra colori vicini o lontani in tutto lo spettro, non arcobaleni, ma immense aurore boreali di tutti i colori, sgargianti, pieni, ribollenti e meravigliosi…

Ti amo. E questo è blu.

Correre

Mi alzo e cammino.
Il peso passa da una gamba all’altra, il movimento si scompone in mille altri piccoli movimenti in equilibrio. Ad ogni passo ne segue un altro, e poi un altro e poi un altro. La pianta del piede, la caviglia, il ginocchio e l’anca trasmettono l’inclinazione del terreno, la densità, l’attrito, i muscoli assorbono le imperfezioni del terreno come una macchina perfetta. Instabile ma perfetta. Troppi pochi appoggi per essere perfetta. Tre andrebbero bene, quattro sarebbero giusti, più di quattro sarebbero complicati da gestire. Abbiamo due gambe, quando siamo fortunati, e con due gambe affrontiamo il terreno che scegliamo di persorrere.
Il ritmo diventa più veloce, ogni passo si allunga di qualche centimetro ad ogni frazione di movimento. Le anche diventano parte mobile e seguono la macchina in movimento.
Il momento in cui il tacco appoggia al suolo e la punta perde mordente con una leggera spinta è veloce, uno scambio di compiti invisibile e che richiede più sforzo di tutti gli altri movimeni messi insieme.
Il ritmo accelera ancora. Il passo diventa lentamente falcata nel momeno in cui una frazione di secondo passa tra il sollevarsi della punta e l’appoggio del tacco a terra.
È la differenza tra camminare e correre. È la differenza tra lento e veloce.
Ogni volta che la gamba a terra assorbe il peso del corpo, l’altra percorre la via opposta, lasciando piccoli detriti in movimento quando si stacca dalla superficie.
La gamba che non tocca terra dovrà assorbire il peso nella prossima fase, e la frequenza di questi movimenti dovrà aumentare. La gamba libera ne è consapevole e più rapidamente di quella a terra si sposta in uno scatto di fierezza, rilassa la muscolatura di supporto e contrae la parte di reazione aerea, mettendosi in posizione per assorbire il prossimo colpo con il terreno.
Nel momento in cui il tacco tocca la superficie c’è tutta la drammatica realtà di un dio che cade dall’Olimpo, di un fulmine che attraversa un albero e lo incendia, ma dall’altra parte, l’altro arto è pronto a rilassarsi una frazione di secondo, ma attento a tornare in posizione.
Quello che nessuno nota in tutto questo trambusto è il momento in cui entrambe le gambe non sono a terra, i piedi al massimo della distanza possibile. Tutto è contratto nel momento per cui vale davvero la pena muovere la propria massa, lasciare che qualcosa dentro si liberi, ed illudersi di essere leggeri tra un passo e l’altro. Sentisi liberi nella frequenza di un corpo libero che si muove.
È il modo in cui gli esseri umani volano.

Opponibile

(Posizione)
Palmo della mano destra, dal retro della nocca del pollice fino al centro del polso.

(Cause)
Un banale inventario nel magazzino dei nastri d’acciaio, arrotolati a formare dei rocchetti strettissimi di lamiera chiamati coils. Una cartellina da presentatore piena di prestampati nella mano sinistra, ed una penna nella mano destra. Tra le cataste di avanzi degli anni ottanta, cosa diavolo ci sarà scritto dietro quella pedana, non vedo, ma magari se metto un piede su quel nastro e mi sporgo un po’… Oh cazzo! Perdo l’equilibrio, cerco appoggio e non mi rendo conto di essere circondato da una riserva inesauribile di bordi affilati.
La penna resta incastrata tra le dita. Mi rialzo, e leggo i numeri a pennarello indelebile del prossimo nastro, scrivo sul foglio. AISI 316, 22×64, Diam 90cm, diam 60cm. Il foglio viene spruzzato di macchioline rosse, mi guardo la mano. Buio.

(Conseguenze)
Non sono svenuto, non mi infastidisce il sangue né il dolore. Ricordo di aver sentito un gran freddo e di essermi incamminato lentamente verso il capo officina. Non ricordo reazioni, medicazioni, corsa in ospedale, come fosse il taglio o con cosa mi abbiano medicato. Come se fosse buio pesto per almeno tre ore.

Non posso più tenere in mano una spada, non posso più lanciare i coltelli, non posso più combattere con il bastone.
Non posso più usare un martello, non posso più avvitare una vite da legno bella stretta, non posso più sollevare un tronco, non posso più usare una pala per più di dieci minuti.
Non posso più arrampicare, non posso piantare la picozza nel ghiaccio e sollevarmi, non posso più tenere la corda per fare da sicurezza, non posso più lanciare palle di neve senza guanti.
Non posso più lanciare una dritta al battitore, o arrivare dall’esterno fino a casa base, non riesco nemmeno a tenere la mazza in mano quando colpisce la palla, il contraccolpo mi fa vibrare fino alla spalla.

Per tutte queste e per mille altre piccole cose devo prima usare uno strumento più sottile, affilato, forte e determinante. Il cervello.
Con le lame ed il bastone sono diventato un giocoliere, o almeno ci provo.
Lego il martello al polso, faccio un foro con il trapano prima di mettere una vite, ho delle cinghie per sollevare i pesi, non uso più la pala, mi faccio prestare la motozappa dal vicino, che in più fornisce vino, buoni consigli ed amicizia.
La montagna ed il baseball li ho abbandonati, gradualmente e con pochi rimpianti.
Usare il cervello mi è servito a trovare un punto di vista nuovo per fare tutte le piccole cose che richiedono un po’ di forza, e per tutte quelle micro disabilità che non notiamo.

Questa cicatrice ha influito sulla scelta dell’università, ma questa è un’altra storia.
Non disegnerò mai più. Ma scrivo.
In ritardo ma ci arrivo…

Questa è la mia cicatrice, pubblicata qui da Barabba Edizioni in un ebook che si scarica qui e che contiene tante altre cicatrici. 

Grafite

Ok, le ho contate, ho centosessantatre matite.
Tutte nuove, tutte diverse, non ho contato quelle a metà, o quelle temperate anche solo una volta. E non ho contato i pastelli.

Ho sempre scritto tutto a matita.
Fino a che non ho scoperto che la matita con il tempo sbiadisce, credo di averlo scoperto nel 2002, tardino, alle superiori.
Allora sono passato alla penna, alla Bic. Poi alla Pentel Superb, passando per la Pilot BPS Fine e la Bic Soft Feel.
La svolta è stata la Parker all’università. Classico intramontabile d’acciaio. Perfetta per il mio taccuino piccolo. Ora uso la Pilot B2P se vi può interessare…

In quasi dieci anni, ho sempre scritto tutto a penna. Ma non ho mai smesso di accumulare matite di tutti i tipi, di tutte le marche, gadget, souvenir, molli, colorate, opache, legnose, impastate, di tutte le gradazioni, anche quelle per le prove di durezza delle vernici, o quelle per scrivere sul vetro, con a grafite naturale, sintetica, oleosa, secca e persino grana di ematite.

Ora però cosa me ne faccio di tutte queste matite?
Scrivo. Scrivo tonnellate di taccuini, vecchie agende, quaderni delle medie a metà, sketchbook a carta ruvida, ma non leggerete un decimo di quello che scrivo.

Quello che scrivo su tutta quella carta scomparirà con il tempo. Sbiadirà. Io me ne dimenticherò.
Come è giusto che sia.

No, la mia risposta è no

…eppure sei ancora qui a dimostrare di avere la testa dura, a sperare che vada bene, a trovare nuovi obbiettivi per vivere.

Non ti sei ancora stancato di vivere in questo modo?

Non ti sei ancora stancato di tutte queste delusioni?

Non ti sei ancora distaccato da tutto questo formalismo, da tutto questo qualunquismo, da tutta questa boria ridondante?

Ricominci i cicli che ti rappresentano, cerchi la felicità da solo, ti innamori, cerchi la felicità, fai una cazzata e l’ammetti, fai del male, e non contento costringi le persone a soffrire fino a quando non hanno capito esattamente cosa hai sbagliato. Non ti vergogni di tutto il male che hai fatto?

Racconti le tue storie come se fossero davvero tue. Vivi quelle storie finché è facile, e costringi gli altri a seguirti. Non ti importa niente di chi ami?

Speri che vada meglio, che la felicità si nasconda dietro un canneto, come le tigri del bengala. Speri che però la tigre non ti trovi, non ti sbrani, non ti strappi dalle viscere quello che resta di te. Sai addomesticare una tigre?

Ti sei liberato di quel complesso di inferiorità? Quel piccolo complesso che ogni essere ha nei confronti degli altri. L’hai superato?

Allora fuggi, ti nascondi, giochi e fai giocare. Insegni le cose sbagliate alle tue prede, e lo sai. Te ne rendi conto?

Ma davvero non conosci un altro modo per vivere?

NO, LA MIA RISPOSTA È NO, e lo sai…